Testa fra le nuvole, piedi per terra

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Chi mi conosce sa perfettamente quanto sia affezionato alle possibilità che concretamente sono sfruttabili utilizzando servizi cloud. Sovente, ascoltate questa magica parola che esce dalla mia bocca con facilità, ma non mi sono mai soffermato troppo nello spiegare i motivi reconditi che mi spingono ad un utilizzo così intensivo.

Oggi, ho deciso di passare in rassegna alcuni accorgimenti che quotidianamente adotto. Da studente universitario, le mie esigenze primarie consistono nella registrazione delle lezioni, nello svolgimento delle attività di laboratorio e via discorrendo. Da appassionato di tecnologia informatica, a livello domestico gradisco ridurre al minimo la manutenzione quotidiana, già gravosa a causa delle numerose consulenze, per cui sono contattato. Ne consegue da un lato la necessità di assistenza remota, dall’altro l’accesso e l’utilizzo del mio archivio ovunque mi trovi, con qualunque apparecchio o (eventualemente) senza alcun dispositivo personale sotto mano.

Passiamo in rassegna allora i software di cui maggiormente mi servo e con quali finalità.

Innanzi tutto, ogni mia macchina è dotata di almeno un sistema operativo Windows, a cui ne aggrego altri, rispetto alle esigenze. Ciò implica che, per la riduzione della predetta manutenzione, mi affido ad un piccolo server che accendo al mio risveglio e spengo quando le forze mi abbandonano prima di andare a dormire per riduzione di consumi, emissioni rumorose, eventuali danni da onde elettromagnetiche (non pubblicamente conclamati, ma faccio valere la politica della prevenzione: una fissazione probabilmente psicologica che mi costringe istintivamente anche a cambiare la posizione del telefono durante la chiamata a scadenza di un minuto, attraverso segnalazione sonora). Perchè a casa ho installato un server? Perchè mi sono accorto che tutti i miei computer hanno in comune alcuni programmi che a scadenze differenti aggiorno per mantenermi costantemente informato, ma che non sempre sposa le esigenze degli altri componenti della famiglia. Allora ho optato, ad esempio, per l’installazione su server della suite Microsft Office 2010, a cui per alcuni utenti tradizionalisti abituati per motivi istituzionali o lavorativi ad un’interfaccia pre-2007 sono ricorso all’add-on “classic menù” per l’interfaccia grafica tradizionale. Ciò ha comportato la necessità di pagare licenze server (nella parte conclusiva dell’articolo mi preoccuperò di spiegare perchè rubare sia sbagliato, per quanto diffuso), ma il vantaggio di non dover reinstallare la suite ogni qual volta l’utente compromette l’utilizzo della macchina, poichè monoutente e con privilegi di Amministratore. Cosa c’entra con il cloud computing? La presenza delle remote-app. Si tratta di applicazioni che vengono eseguite fisicamente sul server, conformemente alle risorse dedicate al singolo utente, ma che sono visualizzate dall’utente, indifferentemente dalla macchina che sta utilizzando, dal luogo in cui si trova e vengono virtualizzate in modo da permettere la perfetta integrazione con la sessione locale attiva. Esemplificando: stiamo utilizzando un browser e copiamo un contenuto, lanciamo PowerPoint che non è eseguito in locale, ma in remoto, non sottraendo risorse alla macchina in uso. Ciò non implica che la relativa funzione incolla sia impossibile, nè tanto meno, il salvataggio avvenga su una cartella remota dalla macchina in cui ci troviamo: questo processo, oserei dire, chiude il cerchio server-remote app-locale. I vantaggi sono evidenti: risparmio di risorse da reinvestire in programmi installati ed eseguiti in locale, poichè inerenti  ad un calcolatore usato solo da un utente specifico; aggiornamento unico per tutte le macchine, senza necessità di dover attendere n volte il completamento dell’avvenuta installazione, richiedendo tempi di attesa notevoli per chi si occupa della manutenzione; in caso di compromissione del sistema operativo locale, mancanza di necessità di una nuova installazione.

Quando è conveniente la virtualizzazione? Desidero scindere il discorso in due scenari. Nell’ipotesi di virtualizzazione locale, è conveniente a fini di sperimentazione, quando non si intende compromettere il normale e quotidiano utilizzo del S.O. in uso, accollandosi di fatto lo svantaggio del collo di bottiglia. Nell’ipotesi di virtualizzazione remota, invece, è auspicabile in presenta di una connessione in grado di sorreggere il peso del lavoro, senza che l’utente finale scorga rallentamenti che ne deteriorino l’esperienza e la facilità d’uso.

Ma ho detto “in qualunque luogo”: qui interviene l’utilizzo del software Hamachi, oggi noto come Log-me Ignition. La voce Wikipedia riporta che:

Attualmente è disponibile in versioni per Windows, Mac OS X e Linux. È senza dubbio un modo facile e sicuro per accedere alle proprie cartelle condivise, realizzare reti per giocare via Internet, controllare il proprio computer tramite Desktop Remoto o programmi VNC, permette l’accesso a dispositivi di rete, ad esempio le stampanti, ed è in grado di realizzare un accesso sicuro ad utenti che non si collegano da postazioni fisse. I computer che sono collegati tramite il software Hamachi risultano virtualmente collegati nella stessa LAN, per cui tutte le applicazioni progettate per lavorare in rete fisica funzionano perfettamente con esso. Lo scambio di informazioni è isolato da Internet e tutto il traffico è cifrato. Hamachi assicura la segretezza e la sicurezza di tutte le comunicazioni, come se i computer fossero connessi direttamente senza attraversare un tunnel infrastrutturale di rete pubblica.

Mi sento di indicare alcune direttive a livello di condivisione controllata, con possibile accesso web avendo o meno dispositivi sottomano, invio di link pubblici diretti al singolo file (facilmente rimovibile) e backup anche di versioni precedenti al singolo file modificato e sovrascritto, creando di fatto non solo una copia aggiornata all’ultima versione, ma anche capace di riprendere il lavoro in una data antecedente (nella fisolofia secondo cui “non necessariamente ciò che segue è meglio di ciò che precede”).

In primo luogo, segnalo i software che si prestano a questo scenario: DropboxMemopalSkyDrive di Windows Live e GMail drive.

Ad eccezione di piccole differenze commerciali, sostanzialmente per Dropbox e Memopal, già ampiamente conosciuti ed utilizzati dalla comunità informatica internazionale, non voglio essere “la copia di mille riassunti”: ergo, mi dilungherò negli utilizzi pratici di cui sovente si va incontro, ma senza saperlo prima che non sorga la necessità di sfruttarli. Si tratta, in sintesi, di una cartella condivisa in cui una copia dei contenuti è archiviata sia su una cartella localizzata su tre server remoti (ogni server, fisicamente in luogo differente dagli altri, contiene una copia dei file degli altri) sia locamente su ciascun nostro computer. Permette il lavoro a distanza di un gruppo di lavoro a turnazione od ad acesso contemporaneo, svincola di fatto dall’uso di e-mail o pen-drive con il conseguente rischio di perdita degli elaborati in fase di lavoro od in via definitiva. A mio avviso, è un ottimo strumento. Nel caso vogliate utilizzarlo, sarà sufficiente installare l’applicazione e registrarsi. Qualora si prentino due copie conflittuali, infine, Dropbox provvederà a sdoppiare le versioni. A livello applicativo, l’adozione di Dropbox presenta numerosi tip (o trick, ma non easter egg) di facile applicazione, come l’avvio di un download in remoto per file uTorrent (ad esempio: usando una connessione mobile, salvare un file link torrent, affinchè, opportunamente dirottato, il pc di casa/ufficio provveda al download) oppure la sicronizzazione delle Special Folders (Desktop, Preferiti, Documenti e così di seguito) di ogni SO su cui Dropbox è installato ricorrendo all’uso artigianale dei link simbolici (si legga: l’applicazione junction+promt dei comandi su Win XP (in alternativa TweakUI for Windows XP); Promt dei comandi con privilegi di Amministratore su Win Vista/7 con il comando mklink/D; l’allegato oppure Terminale + In -Is per Mac OS X).

Differentemente da Dropbox, Memopal e la loro galassia, l’universo del cloud storage si compone, come poc’anzi detto, anche di SkyDrive e GMail drive.

SkyDrive, parte dei servizi offerti da Windows Live ed evoluzione di Windows Live Folders, è un hard disk virtuale, accessibile da browser web, previo possesso di un Windows Live ID. Differentemente da Dropbox e Memopal, l’archiviazione offre una capienza di 25 GB personali, con caricamento di singoli file limitati a massimo 100 MB. Opzionalmente un ActiveX permette il drag and drop nella schermata del browser. Nell’intento di espansione in chiave sociale, Microsoft previde Windows Live Photos ad integrazione di SkyDrive, permettendo agli utenti di caricare fotografie con le potenzialità del moderno “tag” delle persone contenute nel proprio Windows Live People. A supporto del lavoro d’ufficio, cui Microsoft punta storicamente, SkyDrive mette a disposizione Office Live Apps, che permette di creare, modificare e condividere documenti di Microsoft Office direttamente da web browser. Per unam aggiore integrazione con l’intento cloud Microsoft, SkyDrive, integrato con Windows Live Toolbar, concede la condivisione dei siti preferiti con le persone conosciute. In aggiunta, SkyDrive, integrato con la Windows Live Toolbar, permette di condividere con le persone conosciute i propri siti preferiti. Inoltre, ogni cartella su SkyDrive può essere scaricata come un archivio compresso .zip. Si constata che la velocità di upload e download è molto “limitata”: infatti, la seconda si aggira dai 30kb/s ai 70kb/s, impropria per un uso intenso nei lavori di gruppo.

Gmail drive, invece, è un’estensione libera di terze parti con esclusivo utilizzo su Microsoft Windows e non è supportata nè ufficialmente nè direttamente da Google. Consente di utilizzare lo spazio, per l’archiviazione delle e-mail, come supporto di memorizzazione. Il programma in automatico lavora in questi termini: i file vengono archiviati inviando una mail al proprio account con il file prescelto come allegato, indicando anche la posizione nella gerarchia delle cartelle create. Per evitare l’intasamento della casella postale, si consiglia di creare un filtro per archiviare, segnare come già letti e non inviare mai a Spam tutti i messaggi che hanno oggetto “GMAILFS”. A livello di utilizzo, l’installazione di GMail Drive aggiunge una nuova unità di storage nella cartella “Risorse del computer”. Al primo accesso sono richieste le credenziali del proprio account su GMail. É necessario precisare che l’accesso ai file avviene esclusivamente attraverso una connesione ad internet attiva, dal momento che in nessun momento i file vengono depositati (neppure temporaneamente) in locale. Ergo, la copia da GMail Drive in locale implica un download, dal locale a GMail drive richiede un upload con una banda mai superiore ai 20 Kb/s in entrambi i casi. Essendo uno strumento sperimentale, mai validato da Google, ma mai contrastato da Montain View, si presentano anche ulteriori limitazioni: ogni file non può essere denominato con più di 65 caratteri, il software potrebbe non funzionare in occasioni di cambiamenti nell’archiviazione previsti da Google (non garantendo di fatto l’accesso ai file in futuro).

Passando ad un utilizzo mobile, invece, mi sento di voler segnalare l’accoppiamento tra iCloud & Google Contacts & Google Calendar e l’app AutoSilent. Il risultato apprezzabile è la possibilità di visualizzare ovunque ci si trovi con e senza dispositivi i propri contatti ed un’agenda, aggiornata all’ultima sincronizzazione (si legga: non all’ultimo aggiornamento). Ciò non è sempre un vantaggio, perchè necessita di una connessione sempre attiva per ogni aggiornamento. Paradossalmente presenta il seguente problema: inserisco un evento in agenda (calendario) nel giorno 01; sincronizzo l’evento X con tutta la nuvola dei computer, tablet, cellulari a disposizione; nel giorno 02 apporto una modifica all’ora dell’evento con un cellulare (che non ha in quel momento una connessione ad internet attiva); nel giorno 03 l’evento X cambia ancora orario e lo annoto su un tablet (anch’esso non dotato di connessione ad internet in quel momento); sincronizzo casualmente prima il tablet e poi il cellulare. Il sistema riconosce l’ultimo aggiornamento, ossia il cellulare, che però riporta le modifiche del giorno 02. Superato questo ostacolo con l’accorgimento di attivare la connessione ad ogni nuovo inserimento o tenendo la connessione sempre attiva ovunque per eventuali servizi push (ad esempio portando sempre con sè un router 3G-WiFi, pagando di fatto una sola connessione), i vantaggi sono: aggiornamento costante della propria rubrica, eventualmente sincronizzata con le notizie provenienti dai social network (ergo, ad esempio, salvataggio automatico di date di compleanni, indirizzi e-mail, eventuali numeri di telefono fisso o mobile, residenza, luogo di lavoro, immagine personale) e relativa immissione su tutti i dispositivi in possesso su tutti i segmenti di mercato (dove identifico il cellulare nella fascia più bassa ed il computer nella più alta, senza affrontare guerre di religione sulla denominazione, di cui parlerò in un articolo successivo); sincronizzazione dei calendari del mondo Apple con l’agenda Google. Un possibile ed interessante utilizzo sta nel preavvisare l’inizio di un evento n minuti prima e permettere ad AutoSilent di mettere il telefono, i tablet, i computer in una condizione di esclusiva segnalazione a vibrazione per evitare che squillino in modo inopportuno ed inadeguato all’evento che si sta assistendo o partecipando. Segnalo che AutoSilent permette anche l’inserimento di “Schedule”, ossia una tabella di eventi che ricorsivamente si ripete nel giorno, in alcuni o tutti i giorni della settimana, nel mese, nell’anno.

Un discorso a parte voglio riservarlo per la musica: da un lato c’è l’offerta Apple con il servizio iTunes Match iCloud, sull’altro versate l’acerrimo concorrente Google Music, sebbene la concorrenza in senso stretto si applichi sugli stessi segmenti di mercato. Infatti, iTunes Match sfrutta le informazioni già presenti su iTunes Store ed esegue una scansione atta ad individuare quali brani della libreria dell’utente siano presenti sullo store di Apple. I brani che dovessero presentare comparabili di qualità superiore otterranno gli stessi benefici della musica acquistata su iTunes Store: ciò implica che sarà possibile aggiornare le descrizioni, ottenere il brano a qualità 256 kbps AAC DRM-free, oltre che trasferire agevolmente la musica “matchata” (detesto l’orribile trasposizione italiana del lessico informatico, ma eccezionalmente l’obiettivo è essere incisivo) dagli altri dispositivi in possesso dell’utente, premendo il pulsante nuvola nella sezione “Acquistati” dell’app iTunes Store. Per i brani che non presentano comparabili, invece, verrà effetuato l’upload, con accesso al solo titolare dell’immissione. Google Music, invece, eseguirà automaticamente l’upload dell’intera libreria dell’utente su un limitato spazio online: ciò richiede un quantitativo di tempo decisamente maggiore. Tuttavia, una volta completato l’upload dei brani su Google Music, non sarà necessario eseguire il download di ogni file per ascoltarlo, come accade con iTunes Match, ma la musica dell’utente sarà già pronta per la riproduzione. Inoltre, Google Music offre l’opportunità a qualsiasi artista di condividere la propria musica (gratuita o a pagamento) con gli altri utenti del servizio, grazie alla funzione denominata “Artist hub. Per quanto concerne l’accessibilità mobile: iTunes Match è riservato ad ambiente Mac, il fratello minore iOS ed il concorrente Windows; Google Music, invece, è esteso anche ad Android. L’utilizzo di iTunes Match non è browser-oriented, ma legato all’app iTunes su iOS. Google Music punta, invece, su un’interfaccia web, in linea con la filosofia di Mointain View, che vede nel futuro l’assenza di un effettivo sistema operativo al cospetto di una completa produttività attraverso un browser (si vedano i Chromebook come esempio lampante: non di successo rispetto ai tempi, a causa di un’oggettiva difficoltà nella connessione ad internet capillarmente disponibile ovunque ed in ogni momento; per approfondimenti rimando ad una delle prossime pubblicazioni sui segmenti di mercato a livello di tecnologia informatica). In sostanza, gli utenti di Google Music su iOS e Android dovranno dapprima abilitare il servizio dalla relativa applicazione sul rispettivo marketplace, quindi usufruire del servizio dalla relativa pagina.

In definitiva, iTunes Match sarà in grado di funzionare con tutti i dispositivi iOS aggiornabili ad iOS 5.X, ossia gli utenti iPhone 3GS, iPhone 4, iPhone 4S, iPad, iPad 2, iPod touch 3G, iPod touch 4G ed Apple TV, ma non gli utenti in possesso di iPhone EDGE o 3G e rispettiva la serie temporale di iPod touch. Google Music richiede, invece, la versione 2.2 di Android o successive. A livello di prezzo, per Google Music, dopo un periodo di beta testing gratuito durato diversi mesi, l’azienda di Montain View ha deciso di rendere gratuito in modo permanente il servizio. Per iTunes Match, invece, è richiesto un costo annuale di 24.99 dollari. I prezzi per l’Italia (nonostante la localizzazione del Supporto Apple) non sono ancora stati resi noti, sebbene in Gran Bretagna, Irlanda, Francia e Spagna il servizio risultato attualmente attivo. A livello interpretativo, mi sento di affermare che si tratta di un’opportunità in meno per gli italiani, ma, a mio avviso, la SIAE probabilmente deve ancora esprimere il suo parere. Al di là dell’attesa, a valle, tuttavia, non corriamo il rischio di fare i Beta Tester a pagamento: di fatto “la resa e la spesa varranno l’attesa” (cit. Saggiamente).

In conclusione, in merito al settore musicale vorrei porre un interrogativo: per quanto non tolleri l’upload della musica acquisita, per quanto controverso possa essere l’accertamento, mi domando se la conversione di brani caricati su YouTube in MP3 sia legale o meno, considerando che i dententori del copyright hanno fatto l’upload consapevole per diffusione amplificata. Infatti, chi detiene il copywright non garantisce assistenza per il prodotto illecitamente ottenuto nè tollera che la propria proprietà intellettuale ed aziendale sia violata, ma non può usare strumenti che verifichino se la licenza è stato inserita in maniera corretta od impropria. Costui o tale azienda può trovare un software pirata, ma non può segnalarlo. Un software pirata, alla stregua di un furto, è pur sempre un oggetto illegale, non tollerato per legge. Ciò detto, una casa produttrice può convalidare la copia che si ha sulla macchina, ma non può conoscere la titolarità della persona fisica in possesso della macchina stessa, nè tanto meno può segnalare a forze dell’ordine l’evento, perchè violerebbe palesemente la privacy dell’utente ed avrebbe non solo un’azione legale dell’utente molestato, ma anche un forte danno d’immagine aziendale. Ciò non implica che io incentivi a rubare, riporto la realtà. Sovente, per paura di azioni legali si tende a pensare all’uomo nero dietro la porta di casa, quindi si intraprende la strada della disinstallazione della regolare licenza in versione shareware, trial od altre formule limitate, per la precedente digitazione delle proprie effettive credeziali per installare la successiova copia craccata. Faccio notare che anche una formattazione a basso livello, talvolta, è insufficiente a rendere i dati davvero irrecuperabili.

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